Intruder”: Un’analisi del nuovo thriller con Paul Mescal tra dramma coniugale e distopia che ti lascerà senza fiato

Uno dei requisiti fondamentali per creare un film di successo è sicuramente avere un cast di alta qualità capace di creare un’armonia perfetta sul set, e sembra che Garth Davis abbia soddisfatto questa richiesta con il suo adattamento del romanzo del 2018 di Iain Reid intitolato “Intruder”. Il film, uscito nelle sale del nord nel 2023 e ora disponibile in streaming su Prime Video, racconta la storia di Junior e Hen, una giovane coppia che si è sposata da sette anni in un futuro distopico del 2065, in un mondo diviso da una desolata autostrada senza fine.

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Junior e Hen vivono isolati in una vecchia casa all’interno di una città deserta, con situazioni socio-politiche e ambientali estreme come la sovrappopolazione e l’introduzione di “sostituti umani“, Intelligenze Artificiali destinate a rimpiazzare il lavoro umano. La storia prende una svolta insolita quando un misterioso individuo di nome Terrance si presenta come agente governativo e rivela a Junior di essere stato scelto per un progetto spaziale che coinvolge la loro partecipazione obbligatoria.

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Tra suspance e tensioni familiari, il film esplora i rapporti interpersonali e le dinamiche di potere tra i protagonisti, mostrando la crescita di conflitti interni ed esterni che mettono alla prova il legame tra Junior e Hen. La presenza di Terrance aggiunge un ulteriore elemento di mistero e incertezza, destabilizzando ancora di più la già precaria situazione della coppia.

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La performance degli attori principali, tra cui Paul Mescal e Saoirse Ronan, è indubbiamente coinvolgente, offrendo al pubblico una rappresentazione piena di emozioni e drammaticità. Tuttavia, nonostante il talento del cast, il film si perde in una trama confusa e incoerente, dove le apparizioni dei “sostituti umani” e altri elementi sci-fi sembrano distogliere l’attenzione dal nucleo centrale della storia. La mancanza di coerenza e la sovrabbondanza di dettagli superflui sfociano il messaggio che il regista intendeva trasmettere al pubblico, rendendo l’esperienza cinematografica meno fruibile di quanto potrebbe essere.

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